IL NEGOZIATORE, “UN UOMO TUTTO D’UN PEZZO”. RECENSIONE DEL FILM “IL PONTE DELLE SPIE”

IL NEGOZIATORE, “UN UOMO TUTTO D’UN PEZZO”. RECENSIONE DEL FILM “IL PONTE DELLE SPIE”

INTRODUZIONE

Per un laureato in Scienze Politiche ed appassionato di negoziazione come me, il periodo della Guerra Fredda è stato uno dei miei preferiti del ‘900 fin dai tempi dell’università. E ciò per diversi motivi: per gli aspetti “strategici” della dissuasione nucleare (ben rappresentati da Thomas Schelling nel suo volume La strategia del conflitto), le continue trattative per definire e ridefinire i ruoli di nazioni e uomini all’interno dei due schieramenti e le attività “dietro le quinte” che hanno condizionato decenni di storia dell’umanità, a partire dalla fine della seconda Guerra Mondiale.

Ed è proprio una di queste trattative che viene descritta nel film Il Ponte delle Spie (Bridge of spies), grande prova di regia di Steven Spielberg. Il film è diventato anche uno dei miei preferiti sul tema della gestione delle controversie, perché è un piccolo-grande manuale di tecniche di comunicazione “strategica”, costruzione di relazioni interpersonali efficaci e dinamiche negoziali.

TRAMA

Il film descrive la storia di “un eroe per caso”, l’avvocato esperto di diritto delle assicurazioni, James Donovan (interpretato da Tom Hanks) che, alla fine degli anni ’50, si ritrova, suo malgrado, a difendere un uomo (Rudolf Abel) accusato di essere una spia sovietica. Essere una spia nel contesto della Guerra Fredda era probabilmente uno dei crimini peggiori e Donovan sa bene che la vicenda gli costerà parecchio in termini di visibilità, tuttavia accetta in nome del suo senso di giustizia e perché crede fermamente che ognuno meriti una difesa che sia piena e competente.

Questa è la vicenda che copre la prima parte del film, nella quale il protagonista si muove con grande difficoltà per il clima di aperta ostilità che si crea intorno a lui. Vedendo il film, il pensiero che mi è venuto in mente è stato che vedevo davanti ai miei occhi la rappresentazione di uno dei “pilastri” della c.d. “dinamica delle percezioni”: ossia, l’idea che “chi non è con noi è contro di noi”. Meccanismo, molto elementare tuttavia molto efficace, sulla base del quale il nemico, quando viene percepito come tale, perde ogni umanità e con questa, perde ogni tipo di diritto, compreso quello di essere difeso. Anche quando questo va contro la legalità e il rispetto della Costituzione. 

Valori che invece rappresentano uno dei cardini del sistema americano, a cui l’avvocato Donovan si “aggrappa” scrupolosamente e coscienziosamente. In questo senso il personaggio interpretato da Tom Hanks, anche in maniera probabilmente inconsapevole, rappresenta un “bastione” contro la barbarie della de-umanizzazione dell’”altro”, del diverso da noi. Ed in tal senso il film mostra bene il clima che si respira negli USA (usciti da poco dal periodo di “caccia alle streghe” vissuto durante il Maccartismo) e, tutto sommato, in tutto l’Occidente, tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60. Un clima di sospetto, chiusura ed ostilità non solo verso l’Unione Sovietica, ma anche verso chi cerca di fare, semplicemente, il proprio lavoro, sperando di farlo al meglio, nell’interesse del cliente che rappresenta e dei valori in cui crede fermamente.

SPUNTI DI APPRENDIMENTO

Tuttavia, come dicevamo, il film si dimostra utile non solo per lo studio della storia del periodo successivo alla seconda guerra mondiale. Infatti, grazie soprattutto al suo carisma, alle sue capacità relazionali e alla grande esperienza nel diritto delle assicurazioni, l’avvocato Donovan si dimostra un ottimo negoziatore al tempo stesso flessibile e determinato, sempre pronto a cogliere ogni opportunità che la situazione gli offre, alternando calma serafica e sano pragmatismo, mosse integrative e distributive, con l’obiettivo di arrivare ad un grande successo diplomatico. Tuttavia, mai per un tornaconto legato alla visibilità personale o alla carriera, quanto piuttosto per quel profondo “senso di giustizia” che caratterizza tutta la sua vita. Un eroe sicuramente “per caso”, ma che “non per caso” ottiene grandi risultati.

Inoltre, Donovan si dimostra anche un mediatore “sui generis” perché non si limita ad eseguire il compito assegnatogli dalla CIA (negoziare per riportare a casa un pilota militare americano catturato dai sovietici), ma vuole andare oltre, cercando di arrivare anche al rilascio di uno studente americano fermato dalla polizia della Germania orientale. In questo senso, si assume il rischio di fare proposte che portano la questione su un terreno impervio (che chiamano in causa i rapporti diplomatici -tra sovietici e tedeschi dell’Est- e  personali -tra lui stesso e la CIA). E su questo terreno, molto infido, lui spesso sui trova nel mezzo, agendo e rischiando in prima persona. Come ad es. gli accade nella scena-madre del film, quando si ritrova a gestire parallelamente le operazioni in due luoghi-simbolo della Guerra Fredda: il Ponte Glienicke (teatro dello scambio tra Abel e il pilota USA Powers) ed il Check-Point Charlie (luogo del rilascio dello studente americano Pryor da parte della polizia tedesca).

Alla fine raggiunge i suoi obiettivi e la fama raggiunta con questa operazione sarà talmente importante da essere successivamente chiamato per intervenire anche in occasione di altre crisi internazionali (ad es. la crisi con Cuba, che ha fatto seguito al fallimento dell’invasione alla Baia dei Porci e che gli ha permesso di ottenere il rilascio di quasi 1.000 prigionieri). Intervento che, peraltro, ha dato ulteriore lustro alla sua fama di negoziatore internazionale, celebrata anche dalla biografia di Philip Bigger dal titolo Negotiator: The Life and Career of James B. Donovan (2006).

RIFLESSIONI FINALI

Questo è un film che può essere tranquillamente equiparato ad un ottimo seminario sulla negoziazione e a mio avviso trova un posto di rilievo nella “galleria” dei film significativi sulla gestione delle controversie. Al pari di altri film di cui abbiamo già parlato nel nostro sito: Il Negoziatore e Thirteen days.

Per questo, anche Il Ponte delle spie è un film “simbolico” sul tema della negoziazione. Perché è nel suo complesso che rappresenta il tema della negoziazione. Esempio rappresentativo sia per le vicende narrate (molto interessanti rispetto alla storia del secondo dopoguerra), che per le dinamiche negoziali mostrate (che rappresentano una vera e propria best-practice di tecniche di negoziazione). Infine, anche per lo stile personale del protagonista (sempre attento al “senso di giustizia” e al rispetto dei valori legati alla “persona”). James Donovan… un uomo tutto d’un pezzo (per riprendere una delle battute più importanti di questo film, fatta dalla spia sovietica Rudolf Abel). Come solo i grandi negoziatori sanno essere.

Buona visione, quindi… e che sia una visione che ispira…

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